Il pianista e la principessa

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Il pianista e la principessa

 

Si era appena seduto, guardava i tasti bianchi e neri che aveva davanti. Come ogni sera quando doveva suonare, chiudeva per un attimo gli occhi, apriva la mente a migliaia di mondi che poteva creare con quelle ottantotto note. Combinandole tra loro, emozionava i passeggeri, che ogni settimana salivano sulla nave da crociera. Il suo jazz era ormai famoso in tutta Europa. Non si parlava d’altro che di un pianista, che sembrava avere quattro mani tante le note che suonava. Lui viaggiava, girava il mondo con quelle musiche. Da dove prendeva quelle melodie che gli scorrevano nelle vene? Da dove prendeva l’ispirazione? Cosa gli passava per la testa, mentre le sue mani volavano come farfalle? Nessuno riusciva a rispondere, a darsi una spiegazione. Non si conosceva la sua origine, ma fin quando faceva ballare la gente nessuno se ne preoccupava. Un bicchiere di whisky sul pianoforte rifletteva la luce giallastra della sala e rispecchiava l’immensa classe di quel ragazzo. Era un tipo piuttosto solitario; non amava conversare, fare conoscenze. Trascorreva giornate intere nella sua cuccetta. Lo si vedeva solo la sera, quando faceva quello che doveva fare, quella cosa in cui nessuno avrebbe mai potuto batterlo: suonare il pianoforte.

C’erano persone che prenotavano la crociera solo per sentirlo suonare; giovani coppie dell’alta borghesia che danzavano con passione; amanti che si facevano cullare da quella musica che passava sotto le porte e ti entrava dentro. Una musica non impegnativa ma brillante, divertente, a tratti surreale, a volte romantica. Ne vedeva di persone lui. Donne, uomini, ricchi, bambini, dalle personalità più varie: ogni settimana qualcuno di diverso. Ma per lui erano persone di passaggio, non voleva portare nessuno con sé, alcun ricordo. Era fatto così: le persone le vedeva, le studiava in silenzio. Cercava di capire le loro storie immaginando le possibilità più variegate; senza mai legarsi però.

O almeno fino ad allora…

Era la sera di un 21 Marzo e il pianista stava suonando qualcosa di diverso dal solito. Una sorta di valzer, una musica che ricordava molto Chopin, il poeta del pianoforte. Quell’atmosfera classica sembrava preannunciare quello che sarebbe accaduto di lì a poco, qualcosa di unico tanto quanto ciò che egli stava suonando. Il pianista era al culmine della serata, aveva abbandonato Chopin per tornare a quello per cui era diventato famoso e che le persone adoravano di più: il jazz. Aveva gli occhi sulla tastiera, immerso nelle melodie che solo lui poteva trovare. D’improvviso sentì la porta della sala aprirsi, stava entrando qualcuno. Una delle solite persone che sarebbe passata sotto il suo sguardo attento, pensava lui; ma non fu così. Da dietro la porta era uscito qualcuno che avrebbe segnato profondamente l’animo del musicista, una ragazza.

Non era una qualunque, non poteva esserlo perché aveva attirato la sua attenzione e questo non accadeva mai. Rimaneva sempre distaccato, disinvolto e leggeva le persone come fossero un libro aperto, ma con lei era diverso. Ne rimase sconvolto, la bellezza era accecante e lui si perse nei suoi profondi e fragili occhi azzurri, che sembravano nascondere l’universo. I suoi lunghi capelli le cadevano sulle spalle e il leggero vestito bianco lasciava trasparire le gambe, di una carnagione chiara. Il cuore del pianista cominciava a pompare sangue, il battito accelerava, sentiva il forte rimbombo risuonare nel petto e risalirgli in gola. Aveva i brividi e un formicolio nella pancia. Provava quello che tutti quanti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato. Quei sintomi potevano significare  una sola cosa, un sentimento a lui sconosciuto, un’emozione che non aveva mai nemmeno sfiorato.

Finito di suonare non aveva la forza di alzarsi, né tantomeno il coraggio di avvicinarsi a lei. Rimase sullo sgabello per più di dieci minuti, paralizzato e, passivamente, la vide abbandonare la sala. Tornato in camera, si stese sul letto a pancia all’aria, con lo sguardo perso nel vuoto. Non chiuse occhio tutta la notte, non faceva altro che pensare a lei.

Il mattino seguente, si svegliò presto. Il suo atteggiamento era cambiato: più determinato che mai, aveva deciso di trovarla. Uscì subito dalla stanza e cominciò a vagare per il treno, ma di lei nessuna traccia. Iniziò allora a chiedere in giro se qualcuno conoscesse quella ragazza, ma niente. Il pianista aveva sette giorni, il tempo che la nave impiegava a compiere il suo solito viaggio, per trovarla e parlarle. Aveva passato l’intera giornata cercando invano qualche informazione. L’unica speranza riguardava la serata, lei sarebbe potuta tornare per ascoltare la sua musica o per ballare. Ed infatti così fu.

La ragazza tornò la sera dopo ma, a differenza di tutti gli altri che ballavano e si divertivano, lei era seduta in un angolo, da sola. Era triste, assorta nei pensieri, distaccata dal mondo circostante. Sembrava essere venuta per trovare un po’ di pace e serenità interiore grazie a quella musica, che oramai non aveva più ragione di essere se non veniva ascoltata da quella sconosciuta.

La ragazza alzò lo sguardo perso dal pavimento ed incrociò quello del musicista. Si guardarono per qualche secondo, mentre lui continuava a suonare. C’era qualcosa tra quei due, qualcosa che non permetteva loro di separare gli sguardi. Fatto sta, che rimasero ad osservarsi per tutto il resto della serata, come chi per capirsi non ha bisogno di parole.

Finito di suonare, il pianista chiuse con delicatezza il pianoforte, si alzò e si avviò in direzione della ragazza. Lei, vedendolo avvicinarsi, si alzò di scatto e cominciò a correre.

«Signorina! Signorina!» urlava lui cercando di fermarla. «Si fermi! Voglio solo parlarle!»

Ma lei continuava a correre e, una volta girato l’angolo del corridoio, sparì. Non poteva crederci, era ad un passo dal poterle parlare, ma era scomparsa, così, nel nulla. Tornò allora in cabina e si buttò sul letto. Aveva l’immagine di quel volto ancora davanti agli occhi: quelle sottili labbra rosee, gli occhi che quella sera tendevano al grigio, i capelli biondi che coprivano in parte l’occhio destro. Aveva una tale confusione in testa, era stato colpito da una tempesta di emozioni. Tutto sembrava infinito ed il mondo, per quei due, si era davvero fermato.

Intorno le due di notte, il pianista uscì dalla cabina per prendere una boccata d’aria e fare un giro. La nave aveva un’aria magica e questo lui lo sapeva bene. Percorsa una decina di metri girò l’angolo e rimase bloccato, incredulo per quello che vide. C’era lei, a piedi scalzi, affacciata al pontile, con il vento nei capelli e la vestaglia bianca che ondeggiava da un lato. Era bellissima, sembrava una dea. Non voleva e non poteva perderla di nuovo, così si avvicinò furtivamente. Lei si girò e lo vide, tentò di scappare di nuovo ma questa volta il ragazzo riuscì a fermarla. Aveva l’aria impaurita.

«Perché sei scappata prima? Non volevo fare niente di male. Volevo solo parlarti».

Lei non rispose.

«Che c’è? Non hai la lingua?»

«Certo, che ce l’ho la lingua!»

«Allora? Perché prima sei scappata?»

«Avevo capito che mi volevi parlare, ma io non posso…»

«Che significa, che non puoi?»

«Significa che non posso», rispose lei con un tono fermo ma insicuro allo stesso tempo.

«Ehm… vieni con me, ti porto in un posto. Credo che tu già lo conosca, ma la notte l’atmosfera è tutt’altra».

La ragazza era titubante inizialmente, ma poi decise di andare. Arrivarono nella sala dove il pianista suonava ogni sera. Le luci erano spente, ma la stanza era illuminata dalla luna piena, che quella sera sembrava più grande e luminosa del solito.

«Siediti di fianco a me», le disse lui.

Aprì il pianoforte, si sedette e cominciò a suonare. Suonava qualcosa di molto diverso dal jazz, la musica commerciale che divertiva la clientela.

«A volte, quando non riesco a dormire o sono pensieroso, vengo qui e suono, per liberare la mente. Musiche, però, diverse dal mio repertorio abituale. Suono la musica veramente mia, quella in cui ci metto il cuore, quella che mi purifica l’anima: la musica classica».

Il jazzista ora cominciava a far vedere quello che veramente sapeva fare quando suonava la musica che chiamano “seria”. Il tempo passava ma era come se si fosse fermato, in quella stanza isolata da tutto e da tutti. Il pianista si voltò per un attimo e vide la ragazza con gli occhi lucidi e con una lacrima che le cadeva lungo una guancia. Non riusciva a capire cosa stesse succedendo, così si fermò per un istante.

«Cosa c’è? Tutto bene?».

«Sì sì, non preoccuparti. È solo che… questa musica è bellissima, mi fa venire da piangere».

Il pianista non poteva credere a quelle parole. Non gli era mai capitato prima e non avrebbe mai pensato che sarebbe potuto accadere.

«Com’è possibile? Com’è possibile che questa musica ti fa piangere?».

«Non so che dirti… Mi fa uno strano effetto. Mi fa venire i brividi… Posso sembrarti strana, pazza, ma io sono così».

«Pazza?», disse lui. «È meraviglioso! Sei l’unica ragazza al mondo, l’unica persona che piange  per la mia musica!».

A quel punto i due si ritrovarono a guardarsi di nuovo, faccia a faccia, occhi negli occhi. Non sapevano che fare, erano come bloccati. Non riuscivano a distogliere lo sguardo l’uno dall’altro.

«Dai, suona ancora, ti prego…».

Lui annuì, suonò per tutta la notte. Andava da Liszt a Mozart, da Beethoven a Chopin. Le sue mani sembravano sfiorare i tasti, accarezzarli, mentre le lacrime di lei scendevano ininterrottamente. La notte passò in fretta per quei due che, invece, avrebbero voluto non finisse mai. Erano legati da qualcosa di speciale, qualcosa che non ha bisogno di spiegazioni o di un certo bagaglio culturale per essere compreso o apprezzato. Qualcosa che ti fa provare emozioni uniche come nient’altro, che ti scaraventa in aria come una tornado: la musica.

I primi raggi del sole mattutino entravano dalla finestra e la stanza si era riempita di una luce tra il giallo e l’arancio. Il pianista aveva finito di suonare ed ora guardava la ragazza, felice.

«È stato fantastico!», disse lei. «Mi hai fatto provare un’emozione che pensavo neanche esistesse. Non vedo l’ora di ascoltarti suonare di nuovo».

«E io non vedo l’ora di suonare di nuovo per te».

La ragazza sembrava diversa dalla sera precedente, era più serena e felice. Tutto grazie a lui e alla sua musica.

«Stasera, ti farò sedere accanto a me».

«Io mi chiamo Anita», disse lei semplicemente.

«Anita, che bel nome. Quasi quanto te…».

Quelle dolci parole risuonarono come musica nella sala. Anita arrossì e nacque un leggero sorriso sul suo volto.

«Io mi chiamo Eros».

«A stasera allora, grazie di tutto»

Il pianista annuì. La ragazza si alzò e, lentamente, uscì. Ancora incredulo per quello che era successo, il jazzista chiuse il pianoforte e ritornò in stanza. Si ritrovarono entrambi stesi sul letto, pensavano l’uno all’altro. Fecero un sospiro e chiusero gli occhi: Anita con l’immagine delle mani di Eros stampata nella mente, Eros con quella degli occhi di Anita.

La sera arrivò presto, entrambi erano impazienti di rivedersi. Quando Anita entrò nella sala, Eros era già seduto sullo sgabello pronto per cominciare. Per qualche secondo, aveva temuto che lei non sarebbe venuta. Si avvicinò al pianista che, come promesso, la fece sedere accanto a lui. Cominciò a suonare, ma quasi come se si dovesse togliere un pensiero, perché la vera musica, la sua musica, sarebbe arrivata dopo, quando tutte le persone sarebbero andate via.

Questo, però, non significò che Eros suonò male, anzi. Quella sera era più ispirato del solito e la gente se accorse. Una cascata di note accompagnava i danzatori che dovevano stare dietro ai suoi virtuosismi, ai suoi ritmi impossibili. Molti, infatti, ci rinunciarono e si limitarono ad ascoltarlo.

Intorno mezzanotte anche l’ultimo spettatore rimasto lasciò la sala. Erano rimasti soli, rimasero per qualche secondo in silenzio, come per cambiare atmosfera, per entrare in un mondo tutto loro.

Era arrivato il momento di cominciare, ma Eros non si decideva.

«Cosa c’è? Non vuoi?», disse lei.

«Sì, che voglio, è solo che… io non ti conosco, non so chi sei, non so da dove vieni. Mi piacerebbe tanto saperlo».

Il pianista senza saperlo aveva toccato un tasto dolente. Anita abbassò lo sguardo verso il pavimento. Dopo la magica notte del giorno prima, si era ricordata di nuovo quale fosse la realtà, qual era il suo dovere.

«Hai ragione, non mi conosci. Ma vuoi davvero saperlo? Sei sicuro di voler sapere come stanno le cose?»

«Perché non dovrei volerlo? Ti prego, ho bisogno di sapere».

Anita fece un profondo respiro e cominciò a parlare.

«Sai, la mia vita non è molto bella, a differenza di come credono gli altri. La gente ha sempre giudicato me e la mia famiglia, ci ha sempre disprezzati. Ma che colpa ne ho io? Sono nata in questa famiglia e non posso farci niente. Ho sempre sofferto tanto a causa del mio ruolo ed ora più che mai».

«Non capisco, spiegati meglio», disse lui con aria perplessa e timorosa.

«Ho dei doveri e sin da quand’ero piccola sono stata costretta a fare cose contro la mia volontà. Ora sono in viaggio per andare a un matrimonio. Solo che… la sposa sono io. Sono costretta per motivi politici ed economici a sposare un uomo che neanche conosco. Sì, hai capito bene. Sono una principessa».

Quelle parole colpirono Eros nel profondo, come una freccia che trafigge il cuore. Non poteva credere a quello che aveva appena udito.

Una principessa? Prossima alle nozze? Non può essere vero!, pensava lui.

Si sentì crollare il mondo addosso, il suo cuore era a pezzi. Per questo motivo la prima sera la ragazza era malinconica e angosciata. Aveva la tempesta dentro e nessuno lo notava…o quasi. Eros era l’unico che aveva guardato davvero negli occhi di Anita. Sì, in quegli occhi così profondi, lui era riuscito ad intravedere un’immagine: un agitato mare invernale. Era forse questa l’immagine che descriveva meglio lo stato d’animo della ragazza.

«Hai visto? Per questo non volevo dirtelo, mi dispiace»

«Non preoccuparti, non fa niente», disse lui.

Mentiva, faceva e come! Come ho detto all’inizio di questa storia, quella persona che uscì dietro la porta della sala quella sera, avrebbe segnato profondamente l’animo del musicista.

«Ti ho detto chi sono, ora però tocca a te raccontarmi la tua storia».

Il pianista alzò lentamente le mani e le appoggiò sui tasti. Cominciò a suonare una musica angosciante. Guardava fuori dall’oblò il cielo buio. La splendida luna era ora coperta da grandi nuvole grigie.

«Ho perso mia madre quando sono nato, non l’ho mai vista. Fu perciò mio padre ad educarmi e a trasmettermi l’amore per la musica. Mi insegnò a suonare il pianoforte ma poi, improvvisamente e per cause sconosciute, sparì. Non so che fine abbia fatto, so solo che da quel momento fui costretto a lavorare per vivere. Ero relativamente piccolo, avevo 15 anni. Insegnavo alle ragazzine figlie di ricconi della borghesia l’arte della musica. Con quello che guadagnavo mi pagavo le lezioni di pianoforte. Cinque anni dopo seppi che l’armatore di questa nave da crociera aveva bisogno di un musicista e così decisi di venire a lavorare qui, per guardare almeno una parte del mondo in cui viviamo, troppo grande per una persona modesta come me. L’unica cosa che mio padre mi ha lasciato è la passione per questo magnifico strumento. Perciò la notte vengo qui e suono la musica che  mi ha insegnato, perché è l’unico modo per averlo sempre con me».

Anita rimase senza parole, quella storia l’aveva colpita. Non riusciva a parlare, non sapeva che dire. Intanto lui continuava a suonare. Allora la ragazza, con le lacrime agli occhi, appoggiò la testa sulla spalla di Eros. Il pianista si voltò, la guardava negli occhi. Erano a pochi centimetri di distanza. Entrambi volevano fare una cosa, ma nessuno dei due aveva il coraggio. Intanto le mani continuavano a suonare, andavano da sole. La musica li accompagnava, sembrava incoraggiarli.

I loro volti ormai erano vicinissimi, Eros allora alzò le mani dal pianoforte: capirono che era giunto il momento. Un raggio di luce bianca entrò dalla finestra e li illuminò. Le labbra si avvicinarono sempre più, fino ad incontrarsi in un bacio lunghissimo. La luna sembrava aver aspettato quel momento per uscire.

Fu Eros il primo ad aprire gli occhi. Tremava tutto, il suo cuore andava a mille. Anita si riprese, dopo che era stata colpita violentemente da un’emozione dopo l’altra, come quando le onde del mare agitato colpiscono la riva. Guardò Eros e capì che aveva fatto ciò che non poteva e non doveva fare. Così successe una cosa che entrambi non avrebbero potuto prevedere: la principessa si alzò e scappò via.

Lui non fece alcun movimento, non disse niente; non ne aveva la forza. Fece l’unica cosa che riesce sempre a fare, suonare. Ma questa volta non gli servì a molto, la musica adesso non aveva il potere di placare la sua infelicità. Fu lui ora a piangere accompagnato dalla sua musica, ma non era il solo. Anita lo ascoltava dalla sua camera. Stesa sul letto, piangeva a singhiozzi. Le lacrime però erano troppe, la sofferenza enorme.

Dopo circa un quarto d’ora, il pianista smise di suonare. Quel silenzio improvviso mozzò il fiato alla principessa ,che dalla sua camera ascoltava il suono dell’amore, il suono della sua musica. Così si alzò e corse da lui. Lo vide, che piangeva, seduto sullo sgabello.

Gli si avvicinò, prese la sua faccia con una mano e portò le labbra bagnate dalle lacrime alle sue. La passione tra i due era infinita. Si alzarono, lei doveva stare sulle punte per arrivare alle sue labbra. Senza mai smettere di baciarsi, arrivarono nella stanza della ragazza.

Passarono la notte insieme, come due amanti che facevano qualcosa di proibito. Anche se, per come la penso io, quando c’è di mezzo il vero amore, niente è proibito.

La storia del pianista e della principessa e del loro amore impossibile è in parte inventata, ma è tratta da una storia vera, il cui finale è ancora tutto da scrivere…

 

 

Alessandro Schiano Moriello

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