La Rivoluzione Industriale in Inghilterra

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Nella seconda metà del ‘700, in Inghilterra, ebbe luogo un processo di rapida trasformazione del sistema di produzione, che passò da artigianale a industriale. Questo portò alla graduale scomparsa delle botteghe e alla nascita delle fabbriche. I fattori che permisero questa rivoluzione furono diversi; importante fu l’aumento della complessità delle macchine, dovuto alla rivoluzione scientifica avvenuta nel ‘600. La ricerca nell’ambito della meccanica fu finanziata dal governo inglese che, a differenza degli altri stati europei, percepiva il nuovo non come un elemento destabilizzante, ma come una possibilità di progresso e reddito. Inoltre, i progressi della scienza del ‘600 portarono alla elaborazione di una nuova forza-lavoro: quella del vapore. Non fu facile utilizzare questa nuova energia in modo efficace, ma nel 1769, l’inglese James Watt, riuscì a combinare la ruota con la forza appunti del vapore. Egli brevettò una macchina che trasformava il moto alternativo verticale di un pistone, spinto dalla pressione del vapore, prodotto a sua volta da una caldaia a carbone, in moto rotatorio tramite un sistema detto biella-manovella (tutt’oggi in uso sui motori a scoppio). Questa nuova invenzione permise agli industriali inglesi di usufruire di una forza meccanica mai vista prima. Fu necessario anche l’utilizzo del carbone, come combustibile da bruciare per produrlo e poiché l’isola britannica ne era ricca, ciò facilitò ulteriormente il processo di industrializzazione. Ma questa nuova forza-lavoro, aveva bisogno di manodopera salariata e ciò non fu un problema dato che, dopo la chiusura delle terre comuni nelle campagne inglesi, che fino ad allora erano state un salvavita per i contadini durante i tempi di carestia, e il formarsi di latifondi posseduti da ricchissimi proprietari terrieri, una grande massa di contadini si spostò verso le città, in cerca di lavoro. Gli agricoltori senza lavoro, ridotti alla fame e alla miseria, erano “cavie” perfette per il nuovo lavoro richiesto in fabbrica, che non richiedeva alcun tipo di abilità e veniva, almeno nei primi anni, mal retribuito. Da non trascurare il fatto che il governo inglese favoriva le imprese private; infatti risultava più conveniente lasciare ai cittadini il ruolo di investire capitali, per chi ne disponeva, ed porre tasse sulle loro attività, piuttosto che assumersi rischi e responsabilità di un’impresa pubblica. La rivoluzione industriale, tra l’altro, fece nascere città attorno alle fabbriche, dove gli operai si ammassavano in “quartieri dormitorio”, che versavano in condizioni igienico-sanitarie drammatiche. Si formò così la classe sociale del proletariato, di coloro cioè che possedevano solo la prole. Di contro nacque anche la classe dei proprietari delle industrie, che in seguito Marx definirà “Capitalisti”. La rivoluzione portò anche ad una maggiore emancipazione della donna che, prima dell’avvento dell’industria, non poteva essere impiegata in lavori pesanti, che necessitavano della forza dell’uomo, come ad esempio il duro lavoro dei campi. Infatti, nelle fabbriche il lavoro non richiedeva forza fisica, anzi, la manodopera femminile era spesso più qualificata, soprattutto nelle industrie tessili.  L’industria portò comunque ad un arricchimento della società, che il sistema artigianale non consentiva; certo questa ricchezza si conservò prettamente nelle mani dei capitalisti, ma col tempo anche gli operai poterono usufruire di un maggior quantitativo di denaro, rispetto al passato, quando i contadini non disponevano di nessuna ricchezza al di fuori della terra. Inoltre, il denaro delle industrie poteva essere usato per finanziare nuove ricerche, atte a migliorare le tecnologie di produzione delle merci, con conseguente profitto del capitalista che aveva investito.

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