Napoli, Ottobre 1944, per non dimenticare

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“Com’era brutta la vita!”, ripetevo tra me e me.

Delle immagini mi tormentavano, non avrei mai voluto vivere un’esperienza come quella.

“È solo un auto”, mi ridicevo. Ma non era così, non poteva essere così, quella non era solo un’automobile, né un banalissimo oggetto, era un sogno carico di speranze che adesso è diventato l’involucro di un incubo.

È strano, ma quando io ero quaggiù l’unica cosa, che riusciva a tranquillizzarmi, era quest’auto, non so come fosse possibile, visto che apparteneva a mio padre e lui non era con me. Anzi, mio padre era su e rischiava di morire, lui come tanti altri, ed era triste pensare che tutto ciò a cui tenevo e che amavo era a rischio per colpa di qualcuno che aveva sete di potere. C’era un unico pensiero che riusciva a spiegarmi tutto questo, ossia che l’odio e la crudeltà dell’uomo non conoscono limiti.

Per non pensarci, mi aggrappavo all’ultima fiamma di speranza, a quella fievole luce che faceva sì che non diventassi vuoto, consumato dalla disperazione, ma purtroppo anche quella fiamma si sarebbe spenta come le altre. Dalle sue ceneri tuttavia sarebbe risorta una fiamma più grande e lucente, almeno questa era la mia speranza.

Quella macchina riusciva a farmi pensare a tutto ciò, ma mi rammentava anche la felicità e la gioia che c’era stata per le strade e che tutti speravano ritornasse con maggiore intensità.

Purtroppo regnavano solamente morte e tristezza in questo luogo di terrore, ma non era nulla a confronto con quello che provava chi si trovava sopra di noi ed era consapevole che la propria vita sarebbe finita, se non avesse raggiunto l’entrata del sottosuolo. Quelle povere persone in preda alla disperazione ed al terrore, perché sapevano che non ce l’avrebbero fatta e c’era chi, come me, attendeva impotente pregando per i propri cari.

L’ automobile non aiutava soltanto me, ma anche i bambini più piccoli, piccole creature innocenti che non avevano fatto nulla per provocare ciò che stavano vivendo, che erano incantati dai fanali dell’auto.

C’era chi pensava fossero degli occhi o chi la immaginava protagonista di avventure fantastiche, perché in un mondo desolato e morente l’unica felicità e salvezza che avevano i bambini era quella di entrare in un mondo di fantasia.

Dopo tutti questi anni, ho ritrovato la felicità, perché ormai ho toccato il fondo della disperazione e ciò mi ha aiutato ad apprezzare la vita.

Mi ha aiutato ad apprezzare anche il silenzio e la solitudine, perché preferisco non sentire nulla, piuttosto che sentire quel dannato allarme presagio di morte e distruzione. Preferisco non vedere nessuno, piuttosto che vedere tantissime persone in preda al panico ed alla disperazione.

È stata solo una triste esperienza, ma mi ha cambiato nel profondo.

Adesso sono qui. Dopo mille difficoltà, riesco ancora a vivere e a sognare.

Sono pronto a salutare per l’ultima volta quelle pareti tra le quali ho pianto, quella macchina che tanto ho amato e quell’uscita grazie alla quale ho ricominciato a sorridere, pur sapendo che questi ricordi non mi abbandoneranno mai.

Con la consapevolezza che oramai il peggio è passato, esco per l’ultima volta quasi rallegrato, dopo aver visto una scritta su una parete che mi ha fatto scendere la mia ultima lacrima, ossia “Napoli, Ottobre 1944, per non dimenticare”.

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